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Privacy e Covid19

Privacy e Covid19 – articolo di Fabio Camerano Spelta Rapini

Studio della pandemia sotto la lente della riservatezza

La pandemia COVID-19 oltre che a gravare seriamente sulla salute della popolazione umana, ha dato luogo ad una irrinunciabile necessità: quella di gestire correttamente – e legittimamente – i dati personali relativi alla salute delle persone coinvolte.

Una sfida digitale, visto il periodo storico in cui viviamo.

Ad eccezione dell’illustre app IMMUNI, unica app autorizzata per legge, tralasciando le critiche, fondate o meno, che l’hanno attinta, ad oggi pare verosimile pensare che la miriade di applicazioni create per dispositivi violano, spesso e volentieri, la privacy degli utenti mediante un contact tracking quanto meno ‘invadente’.

La domanda sorge spontanea, direbbe un illustre giornalista: queste app, generate per finalità di prevenzione della diffusione del contagio da Coronavirus, hanno una valida base giuridica per raccogliere informazioni personali, che riguardano anche le condizioni di salute degli interessati, e sono quindi di natura “sensibile”?.

La risposta sembrerebbe essere negativa o quanto meno pone l’interessato (e gli interpreti del diritto) in una posizione intrisa almeno dal dubbio.

Lecito.

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Il Garante della Privacy, in una nota dell’11 agosto 2020, sull’emergenza Covid-19 afferma che tale condizione emergenziale “non rappresenta automaticamente, e di per sé, una base giuridica sufficiente volta a incidere su diritti e libertà costituzionalmente protette, legittimando trattamenti di dati particolarmente invasivi, quali appunto quelli atti a consentire il tracciamento dei contatti da parte di qualsiasi titolare pubblico o privato”.

Risposta laconica e violenta ma particolarmente reale ed oggettiva.

Nonostante lo STOP imposto dal Garante, queste app continuano ugualmente ad essere diffuse in rete, connotate spesso da una opinabile obbligatorietà, con avallo finanche da parte di enti pubblici che si nascondono dietro la base giuridica “Covid19” per fornire servizi o far accedere persone ad aree e territori.

L’Autorità continua ad ammonirle severamente, ribadendo a più riprese l’illiceità dei trattamenti di dati personali implicati nell’utilizzo delle applicazioni di tracciamento dei contatti.

Ma l’acerbus in vituperando non sembra sortire i risultati attesi.

Gli utenti, ignari o troppo desiderosi di essere tracciati e di tracciare, nel frattempo hanno downloadato in migliaia, persuasi di essere in tal modo ‘digitalizzati’ ed estremamente ‘tech’, mettendo deliberatamente a rischio la loro privacy.